There (diptych)

Cavallerizza Reale Torino

2017

Wood, 600x50x7,8cm

 

Un trampolino in Cavallerizza?

 

Porsi di fronte a una installazione artistica significa leggerne i molteplici livelli di significato, che orami travalicano la riproducibilità tecnica descritta da Benjamin e si estendono a tutti i manufatti artistici, quale che sia la loro fattura.

L'aura persa dall'opera d'arte rivela l'inadeguatezza di una concezione aristocratico-umanistica dell'arte in favore di una lettura molteplice che avvicina il manufatto artistico al fruitore, collocandolo non nell'empireo della visita museale, ma nel quotidiano dell'esistenza metropolitana.

L'opera di Bepi Ghiotti è innanzi tutto uno strumento di comunicazione, un intruso negli spazi aulici della Cavallerizza, sia nello stridore estetico sia nell'inserirsi in un varco, una delle decine di finestre del palazzo.

Contemporaneamente il lavoro è un estruso, qualcosa di interno che fuoriesce, che anche dall'esterno rimanda un'immagine distonica, inaspettata in una facciata aulica.

La prima lettura rimanda ovviamente all'oggetto cui è più simile, un trampolino, quindi uno strumento di uscita da uno stato verso un altro, lettura favorita dal basamento su cui poggia nella stanza in cui è installato.

Ma la sua matericità rigida, la pulizia delle linee e delle proporzioni spostano il piano di lettura, ci stimolano a una lettura esterna che vede l'installazione intrudere, violare la simmetria antica della facciata posteriore della Cavallerizza con una “trave nell'occhio” (Luca 6,41) biblica, che propone una antropomorfizzazione dell'edificio, colpito da un corpo estraneo fastidioso.

Un segno chirurgico nella sua pulizia, in proporzione all'edifico più una pagliuzza che una trave, che però ci propone un uso delle vestigia fastidioso come una pagliuzza, ma prepotente come una trave.

Un disturbo comunicativo cosciente e voluto che ci chiede di aprire i canali di comunicazione tra antico e moderno, un aggrottare di fronti e di sopracciglia per cogliere la provocazione insita nella presenza dell'installazione.

Tornando all'interno vediamo la base di una scultura orizzontale protesa ancora una volta verso il dialogo, che ci invita a uscire, a proiettare lo sguardo verso l'esterno.

La sua forza retorica, la sua capacità di attrazione della nostra attenzione, sta per così dire nella sua risonanza con uno dei tanti oggetti che popolano la nostra vita di immagini,  il trampolino, subito smentita dalla sua collocazione straniante e dalla evidente impossibilità di un uso funzionale per il tuffo. Questo ci costringe a riflettere sull'opera come mezzo di comunicazione,  di una comunicazione impossibile, se non fantastica e straniante.

La sfida che ci propone l'opera di Ghiotti è dislocare nel tempo e nello spazio qualcosa che lì, in quel tempo e spazio, non dovrebbe esistere e al contempo non ha una sua collocazione per così dire naturale, vive e ci colpisce esattamente e solo perché si colloca al di fuori dal nostro spazio-tempo quotidiano, pur essendone parte viva e reale.

Alessandro Stillo

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